La chirurgia protesica negli sportivi

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La chirurgia protesica può rendersi necessaria per risolvere problematiche di tipo artrosico anche in pazienti giovani che praticano attività sportive (competitive e non) quando l’approccio conservativo si sia rivelato inefficace. 

Si tratta dunque di pazienti che si aspettano di continuare o riprendere uno stile di vita molto attivo anche dopo la sostituzione dell’articolazione. 

Infatti, una delle domande che mi vengono poste più frequentemente dagli sportivi è proprio se e quando potranno tornare a praticare attività sportiva. 

Per molti di loro il desiderio di tornare a svolgere una specifica attività e la paura di dovervi invece rinunciare rappresentano un fattore cruciale nella decisione di sottoporsi o meno all’intervento di chirurgia protesica. 

 

Qual è la protesi giusta per uno sportivo?

La risposta non è univoca: non esiste infatti una protesi che va bene per tutti. Piuttosto il chirurgo deve saper scegliere di volta in volta quella più adatta a ogni singolo paziente.

Sicuramente oggi grazie alle innovazioni nell’ambito delle procedure chirurgiche e dei dispositivi protesici è possibile non solo eliminare il dolore e migliorare la qualità di vita, ma anche raggiungere un recupero funzionale dell’articolazione tale da consentire un certo grado di attività fisica e sportiva, superando i limiti precedentemente imposti dall’osteoartrosi. 

Tuttavia un livello elevato di attività fisica aumenta il rischio di stress e usura tra le componenti protesiche e l’interfaccia protesi-osso, determinando nel peggiore dei casi l’instabilità e una mobilizzazione precoce della protesi stessa.

È dunque di cruciale importanza scegliere la protesi più adatta caso per caso, in relazione non solo alla qualità ossea e alla conformazione anatomica del paziente, ma anche alle sue richieste funzionali e al tipo di attività sportiva che pratica e vorrebbe tornare a praticare. 

La scelta deve essere condivisa con il paziente, che va messo a conoscenza dei vantaggi e dei limiti di ciascuna opzione.

La protesi di rivestimento

Nell’ambito della chirurgia protesica dell’anca, un tipo di protesi che consente a pazienti artrosici giovani e sportivi di recuperare la funzionalità articolare, ridurre il dolore e ritornare all’attività sportiva è rappresentato dalla protesi di rivestimento, il cui impiego prevede che la testa del femore, mantenuta integra, venga piuttosto ricoperta da una struttura realizzata in una speciale lega metallica. 

Questa tipologia di protesi permette dunque un importante risparmio osseo in persone che, data la giovane età, hanno una probabilità maggiore di dover affrontare in futuro un intervento di revisione. La protesi di rivestimento inoltre, rispettando il centro di rotazione del femore e del bacino, non modifica la biomeccanica dell’anca e, trattandosi di un’interfaccia metallo-metallo, è resistente a carichi elevati e più duratura delle protesi tradizionali. 

Per contro, questo tipo di protesi presenta delle problematiche intrinseche, come un maggior rischio di reazioni avverse rispetto a un impianto tradizionale, conseguenti alla liberazione, determinata dall’usura, di ioni metallici (in particolare, cromo e cobalto). 

Vantaggi e limiti rendono la protesi di rivestimento una soluzione di nicchia, non destinata a tutti ma riservata a pazienti selezionati con necessità funzionale molto elevata. È il caso di un mio paziente, amante di sport estremi, che sottoposto a protesi bilaterale all’anca con protesi di rivestimento, svolgendo con costanza esercizi mirati di fisioterapia, ha ottenuto il totale recupero di forza e mobilità e ha ripreso la normale attività sportiva in 6 mesi, tornando a praticare il kitesurf.

Protesi a doppia mobilità

Una delle complicanze che preoccupano maggiormente gli sportivi che devono sottoporsi a un intervento di chirurgia protesica dell’anca (soprattutto le donne, che presentano un diametro della testa femorale minore rispetto agli uomini) è la possibilità di un’eventuale lussazione, ossia la fuoriuscita della testa del femore dalla cavità acetabolare in cui è alloggiata. 

Per assicurare maggior stabilità e prevenire il rischio di lussazione delle componenti protesiche durante l’attività sportiva è possibile impiantare un tipo di protesi definita “a doppia mobilità”, cioè in cui l’inserto tra testa e acetabolo è mobile. 

Questo tipo di protesi è in grado di assicurare una stabilità articolare maggiore anche nelle donne che vogliono praticare sport, come dimostrato da una mia paziente che, dopo un intenso programma di riabilitazione, ha potuto riprendere l’attività sportiva agonistica di arbitro di calcio a 5 a livello nazionale. Per un approfondimento su questo caso leggi qui.

La protesi a doppia mobilità tuttavia non è adatta per persone che praticano sport da contatto (per esempio, il calcio) o attività sportive che possono provocare traumi tali da portare alla dislocazione della protesi, quali lo sci. 

L’importanza della riabilitazione

Dopo un intervento di chirurgia protesica, indipendentemente dal tipo di protesi impiantata, ai fini di un pieno e rapido recupero della funzionalità articolare e per tornare a praticare sport, un ruolo cruciale è giocato dal percorso di riabilitazione postoperatoria.

È fondamentale che il paziente si impegni costantemente nel percorso riabilitativo e collabori appieno con il fisioterapista seguendone le indicazioni. 

A questo proposito, mi avvalgo della collaborazione di professionisti estremamente preparati che lavorano con il paziente per aiutarlo a migliorare giorno dopo giorno, in linea con la mia filosofia: lavorare con e per il paziente.

 


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